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日志


PORNOPOLITICA: FELTRUSCONI, BUSONI E PAPPONI DI STATO

Parto da alcuni recenti fatti politici e mediatici attuali per astrarne considerazioni personali. La stagione estiva per gli organi di informazione in Italia è stata tutt’altro che tranquilla. Questioni urgenti e importanti di carattere pubblico si sono affiancate alla morbosa attenzione per i viziosi peccati di uomini che contano. Dalla doppia vita Luca Bianchini, coordinatore di un circolo del PD; passando ad imbarazzanti allusioni (sessuali?) ventilate da Vittorio Feltri riguardanti Dino Boffo,  direttore del quotidiano dei vescovi Avvenire fino alle picaresche avventure del nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Da escludersi che si parli di contenuti, di programmi, di traguardi per il nostro Paese. L’alveare politico nostrano piuttosto che aiutarci a costruire un favo solido e fondato sul lavoro in cui vivere, tenta di fare fuori di volta in volta l’insetto del podere più fastidioso. Piuttosto amiamo trastullarci con la fava (nell’accezione toscana) fantasticando sulla presunta pedofilia del premier ed interrogandoci sui costumi degli invitati ai suoi festini, come il ceco Topolanek. Il Cavaliere sembra non poterne più a questa allegra masnada popolare di lancio di sterco e se la prende addirittura con la Litizzetto, rea di aver fatto credere che il buon Silvio debba ricorrere a vili rimedi farmaceutici per tenere alta la sua virilità!

Meno male che c’è Fini a darci il buon esempio, ad insegnarci il cammino verso una democrazia matura auspicando che il PDL non si imbarbarisca in una casermetta (vorrà forse scongiurare qualche fosco ricordo di gioventù?).

Comunque sia anche i più inveterati antiberlusconiani del centro sinistra una cosa sembrano averla capita: ovvero che Berlusconi non è il male assoluto. Una buona parte della responsabilità dei problemi della Penisola è da attribuirsi proprio ai suoi abitanti. Eh sì, da Veltroni ad Eco ormai lo hanno capito: è la testa degli italiani che si deve plasmare. Peccato che da dieci anni a questa parte abbiamo preso la piega che ci faceva più comodo, quella dell’Italia Berlusconiana. A niente servono le pagine comprate sui quotidiani eseteri per lagnarne la mancanza di democrazia, i girotondi, le feste dell’Unità.. L’Italiano sveglio, opportunista e furbetto mai darà la sua preferenza al Prodi, Veltroni o Franceschini di turno. Quando andiamo all’estero però, con tutto il bagaglio di nefandezze ed immagini stereotipate che ci portiamo dietro, nessuno ammette di parteggiare per il Cavaliere. Chi del resto se la sente di difendere chi tra un paio di corna ed un coucou si comporta effettivamente come un ducetto dal sorriso smagliante.

La mia teoria è che nel cuore di ogni italiano (anche dei più ”sinistri”) ci sia un piccolo macho, un piccolo Berlusconi che se la ride baldanzoso quando tradiamo la nostra consorte per una puttana, quando evadiamo il fisco o non paghiamo il biglietto dell’autobus, quando vorremmo che non ci fosse quel marocchino che ci rompe tanto le scatole, quando andiamo a messa a Natale perché in fondo siamo Cattolici…

A parte queste elucubrazioni contestabili ci sono studi seri, di alcuni sociolinguisti, che hanno evidenziato la nostra maniera di comunicare. La definiscono come indiretta ed ellittica, ossia ronziamo attorno al nocciolo della questione e spesso non ne arriviamo neanche a capo. Un po’ come quest’articolo effettivamente.

Tanta bella aria fritta che ci respiriamo quotidianamente con il nostro più o meno blando beneplacito. Tante belle balle confezionate ad arte da chi le sa vendere bene. E noi seguendo il nostro partito preso, e cinguettando i vizietti dell’avversario, di balle continueremo a sorbirne tante. E per ancora tanto, tanto tempo.

   

Ho aggiunto questo video per aiutarci a riflettere sulle nostre tecniche espressive, in particolare, il Cavaliere, con una serie di abili mosse, sembra distoglierci dalla profondità di ciò che vuole comunicare ipnotizzandoci con gestualità seducenti

CHI HA PAURA DEL CARROCCIO?

Con un 8% di preferenze a livello nazionale alle Politiche 2008 ed un rotondo 10% alle Europee 2009 la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania si dimostra un movimento politico con il quale è necessario confrontarsi. Fin dagli esordi  rivelatasi un partito fuori dagli schemi,  la Lega Nord ha sempre convogliato i desideri e le pulsioni dei “popoli padani” rifiutando ideologie e formalismi per raggiungere i propri obiettivi. E tutto ciò infischiandosene della coerenza e del politicamente corretto, schierandosi ora a destra ora a sinistra, millantando a volte tradizioni pagane e altre volte un aspettato attaccamento cattolico. Tutto in fondo per ribadire un concetto: PADRONI IN CASA NOSTRA. E poche rotture di coglioni, aggiungo io. Vengano queste dai terroni, dai movimenti Islamici, dagli immigrati, dall’Unione Europea ed altri piantagrane di sorta. Araldo di questo celodurismo cisalpino è lui, il sempreverde senatur Umberto Bossi che proprio in questa stagione estiva è tornato a smuovere gli umori delle piazze del nord con comizi e feste padane.

    Le ultime polemiche che imbarazzano maggioranza e scandalizzano l’opposizione ruotano attorno ad inni semi-sconosciuti (secondo Bossi), salari “territorializzati”, dialetto obbligatorio e le solite bordate sugli immigrati. Il moloch leghista insomma non pago di scaldare le cadreghe ottenute nelle ultime elezioni porta avanti le sue battaglie di sempre. E come sempre indigna ed incontra il secco rifiuto del politico inquadrato nel nuovo solido assetto liberal-democrata, del lettore di Eugenio Scalfari e di una immigrazione a porte aperte, dell’intellettuale compito tutto Accademia della Crusca. Ma non saranno poi loro i rompicoglioni, le camicie verdi? Considerati gli sforzi del centrodestra per inquadrarli nella maggioranza sembrerebbe proprio di si. Anche se a volte la scorza grezza ed impresentabile del popolo dei mangiatori di polenta lascia spazio ad intuizioni, energie nuove e positive.

    Entro nel merito della tanto vituperata proposta di introdurre lo studio della”lingua e tradizione regionale”. Sicuramente si tratta un buono stratagemma per far si che l’insegnante terrone non possa minare l’apprendimento del giovane padano. Però ci vedo dell’altro, un disperato bisogno di salvare quel barlume di tradizione che ancora aleggia nei nostri comuni e che è travolto dalla massificazione della società globalizzata. Salvare il vernacolo non sarebbe quindi  solo un modo di provincializzare i giovani quanto non lasciare morire una tradizione lunga e ricca che ormai fa sfoggio di sé solo in ospizi e centri per anziani. Gli Stati centralizzati e i regimi autoritari hanno sempre fatto ricorso a politiche alfabetizzazione coatta per avere una totale controllo sui sudditi, sui cittadini. Una lingua comune è spesso un requisito fondamentale dello Stato-Nazione, ma a che prezzo si ottiene ciò? La perdita di dialetti e lingue minoritarie non è da considerarsi  una perdita di diversità, di ricchezza e di cultura quindi? Ciò ha ben poca importanza per chi il potere lo amministra sia questo un caudillo, un duce, o un moderno statista democratico. Anche nella illuminata Francia tutta  liberté, egalité et fraternité i dialetti e le lingue locali sono state sistematicamente soffocate in nome di un centralismo monolitico secondo solo alle più bolsceviche dittature. Non è forse un crimine fare in modo che a un Bretone sia sistematicamente impedito usare la propria lingua madre rimpiazzandola col francese? Oppure non è da considerarsi aberrante l’affermazione di un Murdoch che suggerisce ai Finlandesi di lasciar perdere la propria lingua ed adottare solo l’inglese?

    Lasciando perdere l’arroganza gallica e di certi magnati delle comunicazioni torniamo sul nostro Carroccio. L’Italia è bella che fatta direte voi, perché rovinarla facendo concessioni a chi minaccia combustioni di tricolori e si esprime mediante borborigmi? O invece la nostra amata unità è semplicemente un essere “tutti uniti nella imbecillità” delle televisioni e delle idee dominanti? Nel dubbio, mentre scegliamo il nostro “pacchetto televisivo personalizzato” non facciamoci prendere dal panico per il Carroccio, in tv i Cesaroni ci sono sempre.

FIDEL CRITICA YOANI SANCHEZ

OcchiolinoFidel
Yoani Sanchez, autrice del consultatissimo blog Generaciòn Y, in occasione dell'ultima apparizione televisiva dell'ex leader maximo Fidel Castro ha ricevuto forti attacchi per il suo atteggiamento apertamente scettico nei confronti della dittatura cubana. Questa settimana verrà pubblicato a Cuba un libro di Fidel Castro intitolato "Fidel, Bolivia y algo màs". Nella prefazione a questo volume c'è un chiaro riferimento alla Sanchez che viene tacciata di neocolonialismo e manovre sotterranee. Il blog della giovane laureata in filologia  in breve tempo è diventato uno dei più visitati di Cuba grazie allo stile franco di aperta critica nei confronti del sistema dell'isola caraibica. Giustamente le è stato conferito il premio Ortega y Gasset per il giornalismo digitale ed è stata addirittura inclusa dal quotidiano "Time" nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. E' un fatto veramente notevole che una donna cubana, con le proprie risorse e tanta voglia di esprimere liberamente il suo pensiero, sia riuscita a far parlare di sé in tutto il mondo. Di fatti da raccontare sopra Cuba ce ne sono veramente un'infinità, Yoani però ha scelto di esporre in maniera garbata ma decisa la propria disillusione nei confronti della politica dittatoriale della famiglia Castro. Quello che ammiro senza riserve della giovane blogger è principalmente lo stile adottato nel suo sito internet. La Sanchez adotta una forma narrativa in nulla assimilabile alle ingiurie che rivolgono i dissidenti cubani di Miami verso la dittatura castrista. Nelle sue parole oltre che un desiderio disperato di libertà e di messa in discussione delle imposizioni comuniste c'è anche molto rispetto. Uno stile squisitamente femminile, moderato seppur sempre pronto presentare in modo incisivo il proprio malcontento. Non scende a patti con la volgarità, non troviamo l'atteggiamento altezzoso di chi si ritiene sempre dalla parte della ragione. Compie una vera lezione di stile. A Cuba pochissime persone possono permettersi di creare e mantenere un blog. La Rete è severamente controllata dal regime ed è ancora poco sviluppata con la scusa ufficiale dei costi onerosi della installazione dei collegamenti informatici. Nei nostri blog italiani siamo liberi di scrivere tutto ciò che frulla nella nostra testa. Spesso però ci dimentichiamo di essere onesti fino in fondo. Per essere più esplicito mi preoccupa il dilagare dei cosidetti "siti di disinformazione". In questi popolarissimi blog spesso si ha la presunzione di lottare per la libertà dell'informazione e altre nobili battaglie utilizzando ahimè un linguaggio volgare e un qualunquismo presuntuoso e denigratorio. In Generaciòn Y non troverete nulla di tutto questo. Ci tengo molto a fare pubblicità a questo blog perché fa riflettere in maniera intelligente e mai volgare. In esso troverete tante tematiche attuali presentate a testa alta ma senza mai cadere nel corporativismo e nel populismo. 
 
 Può essere molto interessante prendere in esame gli interventi della giovane blogger dell'Havana. Consideriamone uno ad esempio: "Por la primera persona del singular". L'intento che sembra trapelare in questo breve brano è quello di evidenziare come la propaganda pervasiva del regime faccia da portavoce del pensiero dei singoli cittadini. La dittatura del popolo comporta che vengano difesi con una sola voce i diritti di tutti i cittadini. Noi popolo cubano. Un noi che mi è sempre stato francamente antipatico. Ciò che apprezzo veramente di Yoani Sanchez è una caratteristica: l'individualismo. Il non farsi scudo con la parola noi, con il pensiero del gruppo. Ed è proprio in virtù di questa caratteristica a cui io stesso anelo che mi permetto anche di criticare le cronache caraibiche della Sanchez. La sua è una prospettiva sul mondo. Una visione personale condizionata dalla propria esperienza di vita. Generaciòn Y non è una fedele fotografia di Cuba quanto piuttosto un dipinto di elementi che molto spesso rimangono in ombra. Cuba però non è solo repressione, pensiero unico, povertà generalizzata. Cuba ha anche moltissimi aspetti positivi che non vengono affatto menzionati in Generaciòn Y. Qualche esempio tra i più noti: la possibilità per ogni famiglia di far studiare gratuitamente i propri figli, di poter contare su un formidabile sistema di assistenza sanitaria, di poter partecipare a eventi culturali in maniera altrettanto gratuita. La rivoluzione cubana impostasi col sangue fatto sgorgare a colpi di macete ha però portato conquiste sociali invidiabili che devono essere migliorate ma anche rispettate. Per giunta il trend recente legato dall'ascesa al potere di Raul Castro sta portando i cubani ad intravedere la possibilità di un futuro di modernizzazione e di liberalizzazione graduale e non traumatico.  E'stata recentemente tolta la pena di morte; sull'unico quotidiano nazionale il Granma inizia ad essere dato spazio alle critiche al governo... Insomma la prospettiva della Sanchez è legittima, meritevole, ma bisognosa di essere integata con altri riferimenti al fine di fornire una visione più globale della situazione cubana. Fidel in fondo rimane coerente nella strenua difesa della sua isola da protettorati e assoggettamenti neocolonialisti. E' giusto che anche lui faccia le sue critiche se hanno il fine di salvaguardare la dignità del popolo cubano. Però deve anche ricordarsi di non soffocare la libertà di espressione, cosa che attualmente fatica a manifestarsi.
 
Lode a chi critica in maniera onesta e costruttiva. Disprezzo chi invece vuol far trionfare la libertà con ogni mezzo possibile. C'è chi alla cooperazione oppone l'embargo, ci sono coloro che con il nobile fine di far crollare la dittatura organizzano attentati terroristici con la complicità degli esuli cubani e della mafia. Non è onesto scagliarsi contro il comunismo quando si hanno le mani e la bocca invischiate nella dialettica dell'imperialismo.

L'UOMO NERO

obama
Barack Hussein Obama. Il solo nome solleva dubbi riguardo la sua affidabilità. Un novellino della politica che programma già di andare a far visita ai dittatori dell'Iran e di Cuba mentre non si è mai degnato di recarsi in Iraq per parlare coi soldati americani. Rispetto al veterano del Vietnam McCain questo politico afroamericano appare come un leader senza esperienza. Egli cavalca le aspettative dei sinistrati pacifisti agendo da presidente come quel cacciatore che ha venduto la pelle dell'orso prima di iniziare la battuta. E' difficile che, anche se venisse eletto presidente, possa rappresentare gli interessi di tutti i cittadini Statunitensi. La sfida tra McCain e Obama sarà senz'altro più difficile per il party democratico di quella che sarebbe potuta essere tra la Clinton e McCain. E questo, senza fare troppi giri di parole, è anche imputabile alla implicita negritudine di Barack Hussein.
 
In sostanza quanto ho scritto sopra riassume la posizione dei giornalisti di Libero, uno dei miei giornali preferiti. Leggo spesso questo quotidiano di cui apprezzo molto lo stile tagliente e senza peli sulla lingua. Nel caso in questione però non condivido nulla dell'opera di svilimento ai danni di Obama perpetrata dal giornale di Feltri.
Mi riconosco molto di più nelle analisi fatte da un altro dei giornali che leggo con grande attenzione, il quotidiano comunista il Manifesto. Lo stesso titolo di questo intervento "L'UOMO NERO" l'ho bellamente copiato dall'articolo di apertura dell'edizione del cinque giugno del quotidiano comunista. In quelle pagine veniva espresso vividamente il desiderio di una svolta nella politica degli Usa. Per questo la scelta di Obama come presidente dovrebbe finalmente porre la parola fine a tutto ciò che di nefasto hanno portato otto anni di presidenza Bush. Non mancano però delle disilluse critiche al candidato afroamericano. Nello specifico Obama sembra aver sorpassato a destra la Clinton ed il rivale McCain nell'appoggio fermo ed incondizionato ad Israele, anche a costo di intervenire militarmente contro i deliri antisionistici dell'Iran.
 
Proprio oggi George W. Bush si trova in visita ufficiale a Roma dove parlerà tra l'altro dei difficili rapporti con Teheran. Non è difficile intuire come dietro alla minaccia di sanzioni si celi anche la volontà di intraprendere operazioni militari punitive contro l'Iran degli ayatollah e di Ahmadinejad. Questa possibilità non è tenuta nascosta, anzi i giornalisti di tutto il mondo sono stati ampiamente informati. Lo stesso Obama non esclude una guerra contro l'Iran e c'è da sperare che Libero non abbia ragione quando addita Obama come inesperto. Se il candidato democratico cedesse alle pressioni dei falchi interventisti e della lobby ebraica inizierebbe una nuova, inutile e sanguinosa guerra contro uno paese come l'Iran grande cinque volte l'Italia. La diplomazia e la distensione delle tensioni gioverebbe senz'altro alla situazione mediorientale. La popolazione Iraniana, composta prevalentemente da giovani, non è in sintonia con la classe dirigente oscurantista ed intollerante. Con una normalizzazione delle relazioni ed il passare del tempo le forze più progressiste dell'Iran sono destinate a prevalere sui toni apocalittici del clero sciita. Un'altra guerra porterebbe solo nuovo odio e contribuirebbe a soffiare sul fuoco dell'antiamericanismo dal quale anche io sono bruciato.
 
Tornando alla comparazione tra le posizioni dei due quotidiani sopra citati vorrei continuare con le parole di Marco d'Eramo nell'editoriale del 5 giugno "(...) la sconfitta di Obama significherebbe che la democrazia parlamentare occidentale non è in grado di sanzionare nemmeno un'amministrazione, quella di George W.Bush, che in otto anni ha commesso innominabili abomini: un milione di iracheni e 4.500 soldati Usa morti per nulla, le garanzie costituzionali gettate nelle discariche, l'habeas corpus abrogato, la tortura legittimata, l'ambiente devastato, la gestione cinica dell'economia, (...) tutti fenomeni riconducibili alle politiche dell'ineffabile coppia Bush-Cheney."
D'altra parte se oggi sfogliaste Libero a pagina 12, vedreste come il giornalista Franceso Ruggeri mette in ludibrio i contestatori di Bush a Roma. In questo articolo le responsabilità statunitensi nella guerra contro l'Iraq vengono sminuite facendosi scudo con le ridicole affermazioni di Ocampo. Viene infatti negato che siano stati compiuti crimini contro l'umanità, si minimizza il fatto che siano stati uccisi civili, che siano stati danneggiati siti culturali...continuando con disgusto leggo: "Il 66% delle munizioni era a guida di precisione. Cluster bombs: non sono incluse nella lista di armi proibite".
I giornali sono abituato a leggerli, ma certe pagine di Libero le adibirei a ben altro utilizzo.
 
Sono stanco di assistere a guerre inutili come a quella preventiva contro l'Iraq oppure quella del Libano del 2006 (una reazione spropositata che va ben al di là delle ragioni di legittima difesa dello Stato Israeliano). Non posso tollerare chi minimizza gli squilibri e la morte con cui le politiche made in Usa hanno afflitto il Globo.
Guardate i corpi dilaniati dal fosforo bianco, osservate i bambini mutilati dalle bombe a grappolo, non voltate la faccia dall'altra parte quando vi mostrano le efferate torture somministrate nelle carceri di Abu Ghraib e Guantanamo. Questo è il prezzo della guerra globale al terrorismo.
E poi continuiamo ad avere paura dell' UOMO NERO...

ITALIA NUCLEARE ENTRO IL 2013

centrali simpson
Pochi mesi fa sarebbe stato inconcepibile. Invece sembra che l'Italia entro cinque anni si doterà di reattori nucleari di ultima generazione. Questa scelta coraggiosa permetterà di rilanciare il nostro paese nell'economia mondiale. Attualmente siamo tra i primi nel mondo ad importare energia, in particolare la compriamo dalla Francia (prodotta guardacaso con reattori nucleari). Inoltre saremo meno dipendenti da fonti energetiche tradizionali ed inquinanti quali il petrolio ed il gas.
Nonostante ciò continuo ad avere le mie perplessità. Se ci fosse un nuovo referendum sull'adozione del nucleare direi di no.
Penso che seguire ora la via del nucleare sia un modo pericoloso per scimmiottare paesi che come la Francia possiedono serietà, conoscenze tecnico scientifiche e tecnologia superiori alle nostre. Spero di sbagliarmi e di sottovaltare la nostra situazione.
Mi auguro quindi che il governo ignori queste voci pseudo-ambientaliste fuori dal coro e ci avvii alle magnifiche sorti e progressive dell'era nucleare!
...nella speranza di non chiudere la mia esistenza così come è iniziata...ossia con una devastante esplosione di un reattore (Cernobil 1986 Ndr).

Generaciòn Y

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Yoani Sanchez, una blogger nata a l'Havana, è stata insignita del premio Ortega et Gasset per il giornalismo digitale. Il quotidiano El Pais ha motivato la decisione di premiare questa donna sottolineandone l"ingegnosità" nel superare le limitazioni alla libertà di espressione che regnano nell'Isola caraibica, per il suo stile "vivace" e per la sua volontà di "far parte dello spazio mondiale del giornalismo civico".
 Vi invito tutti a visitare il blog Generaciòn Y, il più cliccato di Cuba. Considerando che la libertà di accesso alla Rete in questo Stato è una delle più basse al mondo è ancora più meritevole lo sfozo di far sentire la propria voce in modo così schietto e vivido. A dispetto dei vincoli di un regime che langue da mezzo secolo in un limbo socialista esistono quindi tentativi non edulclorati ma nemmeno sprezzanti di raccontare la realtà.
 
Questo venerdì 18 aprile mi recherò con il sempregiovane Pier a Cuba sperando di coglierne non solo le stridenti contraddizioni ma anche qualche sfumatura della sua anima preziosa e singolare.

CINA E REPRESSIONE

Articolo tratto dal sito di Euronews

Monaci tibetani interrompono la visita di giornalisti stranieri e difendono il Dalai Lama dalle accuse di Pechino
Sono tutte bugie: così un gruppo di monaci tibetani ha interrotto la conferenza stampa organizzata a Lhasa dalle autorità cinesi per un gruppo selezionatissimo di giornalisti occidentali e asiatici. Una trentina i monaci del tempio di Jokhang, il più sacro del Tibet, per un quarto d'ora hanno criticato la versione di Pechino che accusa il Dalai Lama di incitare i tibetani alla rivolta.

I monaci hanno detto di essere prigionieri nel tempio dal 10 marzo, dall'inizio delle manifestazioni dei tibetani. I 26 reporter del gruppo invitato a Lhasa hanno affermato di non sapere quale sia stato il destino dei monaci dopo la protesta. Scortati e controllatissimi non potranno filmare liberamente l'area chiusa alla stampa da oltre due settimane.

La televisione di Stato cinese continua a mostrare solo la sua verità parlando di violenze contro i cinesi in Tibet. Nessuna immagine invece della repressione della protesta tibetana. Pechino parla di 19 vittime mentre per il governo tibetano in esilio i morti sono 140.

 

 

L'inizio delle olimpiadi 2008 si avvicina ed il colosso cinese fa il possibile per mostrarsi accogliente. Peccato che oltre a scoraggiare i cinesi ad indulgere nell'abitudine di sputare per le strade di Pechino ci sia anche la realtà di un regime che controlla i cittadini ed accentra ogni potere nelle mani del partito di governo. Screditare la figura del Dalai Lama e dei monaci che protestano pacificamente per la libertà del Tibet rientra in questa strategia totalitaria.

 

FEDE E RAGIONE

    La notizia della conversione al Cristianesimo del noto giornalista di origine Egiziana Magdi Allam in occasione della celebrazione della Pasqua in Vaticano ha fatto il giro del mondo.
Allam, che attualmente è il vicedirettore del Corriere della Sera, era uno dei mussulmani più noti (era, perché ora di fatto è passato al Cristianesimo acquisendo anche il secondo nome di Cristiano) all'estero per le sue posizioni moderate e vicine ad Israele. Per questo è sempre stato contestato dagli islamici più intolleranti che vedevano in lui un araldo del sionismo ed un filoamericano.

Il grande risalto mediatico che ha avuto il suo battesimo lo scorso 22 marzo durante la veglia pasquale ha risvegliato aspre polemiche da parte di alcune testate giornalistiche arabe e di esponenti di organizzazioni musulmane. Si temono anche intollerabili minacce di morte verso Allam, il quale da sempre ha difeso con forza le proprie idee.
   

    Sicuramente l'esperienza di vita di quest'uomo rappresenta un ottimo esempio di integrazione, ma vi noto anche una forte nota stridente: il modo deciso e quasi sprezzante di rinnegare la vecchia confessione religiosa. Parlando dell'Islam infatti ha detto: "al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale". Non c'è forse una nota d'arroganza in questa dichiarazione? Sicuramente l'Islam è al momento una delle religioni più instabili e frammentate con minoranze violente ed intolleranti, ma arrivare a sostenere una superiorità della pacifica cultura cristiana è troppo presuntuoso ai miei occhi. Storicamente il Cristianesimo è passato da essere una religione oppressa a oppressiva consolidato la propria indiscutibile superiorità attraverso il binomio spada-croce. Fortunatamente questa tendenza si è arrestata e ci sono state tante figure ammirabili come quella del defunto Pontefice Giovanni Paolo II ma non dobbiamo arrogarci il diritto di glorificare la nostra presunta superiorità. Anzi Le tre religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo, islamismo, oltre ad avere in comune alcuni profeti condividono anche una certa intolleranza di fondo verso l'altrui credo.


     Forse avrei salutato con più simpatia una conversione verso il Buddismo, della cui spiritualità ci parlano popoli oppressi come quelli del Tibet e della Birmania con monaci che fanno della non violenza uno strumento ammirabile e che spesso dalle nostre parti non prendiamo nemmeno in considerazione.

 

Per consultare il Blog di Magdi Allam seguire il link: magdiallam.it

NEWS DAL GIAPPONE

E' l'ottavo anno consecutivo che il Giappone registra un aumento del tasso di suicidio.
L'anno scorso le persone a suicidarsi nella terra del sol levante sono state 32 mila 552 con un aumento del 0,7% rispetto al 2004, un suicidio ogni sedici minuti.I più giovani cercano spesso compagni di morte via internet e fissano insieme la data...
Come molti altri illustri giapponesi, il celebre scrittore Yukio Mishima si tolse la vita, nel 1970, attraverso il seppuku, il suicidio rituale dei samurai.
Ora però l'elevata incidenza di questo fenomeno è stata riconosciuta come male sociale. Finalmente il parlamento nipponico ha approvato una legge per prevenire i suicidi.
L'impresa non è facile ma doverosa: tutti dovrebbero fare i conti con la propria cultura.