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日志


GOMORRA

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Esiste una Campania ricca di storia e di cultura, una terra con gente ospitale e calorosa. E'difficile trovare nella nostra penisola una città più affascinante di Napoli, da poche altre parti si vedono siti archeologici e d'arte tanto belli, un mare così romantico e una spensieratezza di vivere tanto genuina.

Roberto Saviano nel suo romanzo Gomorra, ormai famoso in tutto il mondo, ci parla di tutt'altra realtà. Non inventa nulla ma ci mostra solamente l'altra faccia della medaglia. Saviano è uno con le palle; nella nostra italietta fatta di tante scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano, ha il coraggio di descrivere quello che accade attorno a lui. Ci parla del mondo della camorra.

Il regista Matteo Garrone ha convertito l'opera dello scrittore campano in film. Guardarlo è molto piacevole, piacevole quasi quanto scoprire di avere un tumore a causa dei rifiuti tossici della discarica sotto casa. La drammaticità di questo film si dispiega lungo tutta la sua durata. Ci viene spiattellato in faccia questa maledetta altra faccia della medaglia fatta di terroni che parlano a malapena italiano (per questo si fa sovente ricorso ai sottotitoli), lotte tra cosche rivali che ricorrono alla violenza e all'intimidazione per ogni scopo...ma anche un mondo di corruzione delle classi politiche ed imprenditoriali che va ben oltre alla microcriminalità che tanto spaventa i benpensanti.

Se avete un po' orgoglio nazionalistico non andate a vedere questo film. Vi sembrerebbe di essere davanti a scempi concepibili solo in Americalatina. Riguardatevi Sarface piuttosto. Del resto non esistono italiani criminali, lo sono piuttosto gli sporchi cubani che emigrano a Miami per delinquere; o no?
 

COUS COUS

 
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PREAMBOLO

Ricordi di una singolare notte d’estate.

L’estenuante tragitto in treno di due giovani dalla Romagna alla Francia, l’arrivo a Marsiglia. Stanchi ma ammaliati dalla vita di una delle più popolose città d’oltralpe.

L’arrivo in hotel con il pesante zaino, l’atmosfera portuale d’una città fortemente islamizzata che non cella allo sguardo un gruppo di persone in preghiera rivolte alla Mecca.

Sogni inquieti di bambine che entrano ed escono dalla stanza dell’albergo, un tonfo improvviso, sonnambulismo testimoniato nella sua delirante comunicatività. E ancora colpi sul muro e bestemmie in arabo del vicino di stanza che voleva dormire alle nove del mattino, forse anch’egli testimone dei deliri notturni.

E poi la mattina con la patisserie e il sole sul mare, quella commistione di Francia e nord Africa così irripetibile, nuove sfumature di Marsiglia.

 

IL FILM

Le Grain et le Mulet, film uscito nel 2007 e tradotto con il nome meno pittoresco ma altrettanto evocativo di Cous Cous, restituisce allo spettatore uno spaccato profondo e veritiero di quell’area marsigliese che così tanto affascina ed intimorisce. Il regista franco tunisino Abdellatif Kechiche mette davanti alla cinepresa attori non professionisti scrutando i segni dei loro volti lungo dialoghi estenuanti. Questo esasperato realismo ripaga però l’osservatore nel momento in cui, dopo aver assistito ai travagli di una piccola impresa familiare che stenta a partire, arriva la fatidica serata inaugurale del ristorante di Cous Cous. E’il momento in cui la trama intrecciatasi nelle lunghe ore del film inizia ad essere tesa rivelando il proprio splendore e la propria fragilità. Ci sentiamo anche noi chiamati a partecipare al banchetto con i suoi aromi, le sue musiche ma anche le sue miserie umane. Cicalecci, pettegolezzi, sentimenti laceranti d’amore e ripulsa d’un mileu in cui l’integrazione è un qualcosa in perenne negoziazione. Il climax cresce lasciandoci impotenti ed inebetiti nelle sedie del locale sul mare e mentre una conturbante danza del ventre raggiunge l’apice del suo opulento erotismo qualche filo della trama sembra essersi irrimediabilmente spezzato. 

AZUR E ASMAR

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    Trattasi d'un film di animazione estremamente raffinato e peculiare nello stile. Sicuramente dal punto di vista narrativo non c'è molto di nuovo sotto il sole. Azur e Asmar infatti, si offre come la più classica delle fiabe ricalcando fedelmente tutte quelle prove e passaggi narrativi che lo studioso russo Vladimir Propp ha enunciato nella sua famosa opera "Morfologia della fiaba". I protagonisti però sono due, così come due sono i mondi e le culture a cui appartengono: un bimbo biondo con gli occhi azzurri e un bimbo moro con gli occhi scuri rappresentano la cultura occidentale e quella araba. Nel film si sviluppa in modo molto efficace questo dualismo (la scelta di non sottotitolare i dialoghi in arabo è superba) fino ad un congiungimento positivo e festoso. Oltre a questo come lo stesso regista Michael Ocelot ha sottolineato, esistono tutta una serie di tematiche di attualità che emergono nella pellicola ed è lasciato alla sensibilità di chi osserva cogliere in un contesto apparentemente lontano e misterioso tali elementi prepotentemente nuovi o forse atavici. Infatti le situazioni che si verificano nel film suonano come a noi vicine seppur ammantate dal fantastico e dall’ immaginifico. Mendicanti, migranti, intolleranze, non sono forse problemi sempre esistiti e che tornano puntualmente sulle pagine dei giornali? Penso che tutti queste manifestazioni figurative presenti nel film siano da intendere in una dialettica di opposizioni immateriali latenti. Claude Levi Strauss, connazionale del regista, potrebbe porre la questione nei termini di un’opposizione profonda di elementi binari. Questi sono verosimilmente “diversità” e “uguaglianza”. Interessante è notare come questi valori non investano irreversibilmente alcune porzioni del mondo sensibile ma gli stessi attori negozino queste attribuzioni. In altre parole da un punto di vista antropologico diversità e uguaglianza sono costrutti sociali che si configurano nel più ampio frame di una cultura, anch’essa negoziata, processuale ed arbitraria.
    Non vi resta che lasciarvi ammaliare dalla realizzazione decisamente pregevole del film, un sapiente ricorso alla tecnologia tridimensionale che si rivela discreta ma allo stesso tempo affascinante. Tutto appare in modo piuttosto statico, si ha come di fronte di volta in volta un quadro diverso, con una essenzialità e povetà di dettagli inusuale.. Ma l'effetto finale è decisamente da "Mille e una Notte".

 

Per chi volesse vedere un trailer ed immagini del film: Azur e Asmar

PERSEPOLIS

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Con il 29 Febbraio è finita l'attesa per tutti coloro che aspettavano l'uscita italiana dell'adattamento cinematografico di Persepolis dell'autrice iraniana Marjan Satrapi. Nella trasposizione da fumetto a lungometraggio è stata rispettata piuttosto fedelmente e senza tagli drastici la trama autobiografica del fumetto.

    Viene narrata la storia della piccola Marjan nata in una famiglia di idee progressiste nell'Iran dello Scià Reza Pahlavi e della rivoluzione islamica. La fine della monarchia non fu accompagnata da una maggiore possibilità di espressione del proprio pensiero, anzi, le repressioni organizzate e l'intolleranza dilagavano lasciando ben pochi spazi di respiro. I genitori di Marjan decidono quindi di far studiare la loro bimba all'estero in un collegio francese a Vienna. Questo periodo in Europa è tutt'altro che spensierato e le difficoltà di integrazione sono accompagnate dall'apprensione per la situazione del proprio paese d'origine coi suoi problemi interni e la lunga e sanguinosa guerra con l'Iraq. Terminata la guerra tornerà in Iran dove con la propria astuzia e il proprio sarcasmo darà filo da torcere ai guardiani della Rivoluzione. Sebbene ormai avvezza ai costumi occidentali Marjan dovrà scendere a patti col regime sposandosi per avere una vita serena. Ma il matrimonio fallisce e nonostante l'affetto dei propri cari (in particolare dell'irresistibile nonna) all'età di ventiquattro anni parte per la Francia, ormai si sentiva straniera anche a casa propria.

 

    Persepolis è un opera molto coraggiosa. Non è da tutti esporre se stessi agli altri come ha fatto la Satrapi. Emerge una figura coi propri difetti le proprie idiosincrasie ma anche una grande ricchezza e forza di volontà. Durante il passaggio dall’infanzia all’età adulta si assiste ai cambiamenti della protagonista in concomitanza con l’evoluzione della storia dell’Iran. I riferimenti alla storia recente di questo paese sono puntuali seppur mai didascalici e riescono ad incuriosire ed emozionare lo spettatore. Sicuramente Satrapi ama il proprio popolo e questo film rappresenta un ulteriore occasione per farlo conoscere a tutto il mondo e per dare un messaggio di speranza agli iraniani. Il coraggio di quest’opera è testimoniato anche da scelte di carattere estetico come quella di adottare le due dimensioni ed il bianco e nero con poche e specifiche sequenze a colori. Sono scelte in controtendenza gli stili più alla moda ma si rivelano vincenti in quanto ricalcano fedelmente il fumetto omonimo da cui Persepolis è ispirato. A prova della pregevolezza visiva del prodotto basti dire che l’art department francese che sta dietro Persepolis vanta persone d’esperienza con alle spalle lavori come Azur ed Asmar e Les Triplettes de Belleville.

 

    In definitiva Persepolis si rivolge ad un pubblico ben più ampio di una ristretta cerchia di orientalisti essendo pervaso da una pungente ironia e vis umoristica. La miniera di argomenti su cui riflettere che questo film scoperchia è ricca ed attuale. Si va dai costumi della società iraniana alle rappresentazioni sociali che ci facciamo degli altri, dalla decadenza egocentrica e consumistica dell’occidente all’intolleranza dei regimi autoritari. E’ quindi un film per molti scomodo come ad esempio quei rappresentanti della rivoluzione islamica che hanno protestato per la presenza di quest’opera al Festival di Cannes; ma anche per le potenze Occidentali portatrici di squilibri in medioriente. La guerra Iran-Iraq (1980-1988) fu fomentata dalle grandi potenze che vendevano armi e munizioni da ambo le parti in un gioco al massacro di cui nel film si evince la portata.

 La popolazione dell’Iran è formata in gran parte da giovani sotto i trent’anni, fonte di rinnovamento e creatività. Marjan Satrapi fa parte di queste forze giovanili. Lunga vita agli iraniani quindi, e a tutti i giovani del mondo.